Intervista esclusiva a Elisabetta Caracciolo, giornalista di rally raid

Pubblicato: 8 agosto 2018 da chiara zoppellaro in ALTRI RALLY E RAID, DAKAR, Personaggi
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La vita del giornalista sportivo in genere è interessante ed avventurosa, ma ancor più affascinante è quella dell’inviato che si dedicata alla nostra passione, allo sport motori, ai rally raid in particolare, come Elisabetta Caracciolo.

Ci eravamo posti una domanda, dati alcuni personaggi che hanno molto da raccontare alla luce della loro professione… “ma chi intervista l’intervistatore?”.
Così abbiamo proposto alla Caracciolo un’intervista esclusiva per conoscerla meglio e condividere con voi il profilo di una persona, una donna, carica di energia, apprezzata, amata da tutti i piloti nel settore, autrice di un interessante libro, da leggere tutto d’un fiato: “Tasche piene di sabbia. Dakar e altri rally – racconti straordinari e semiseri” edito in italiano e francese.

Elisabetta ha iniziato la sua carriera di giornalista nel 1984 al Gazzettino, redazione di Treviso. Collaboratrice anche di altri quotidiani, ha avuto l’opportunità di avvicinarsi allo sport motoristico ben presto come inviata di Corriere Motori e La Gazzetta dello Sport. Sono seguite le collaborazioni con Autosprint, Motosprint, TuttoMoto, Auto Fuoristrada. Evidente appassionata di fuoristrada e già speaker ufficiale di diversi eventi nell’ambito offroad, nel 1991 è partita per la sua prima Dakar, in Africa, quale inviata. Le si è aperto un mondo, ricco di emozioni ed avventure, personali e da scrivere.
Elisabetta ha scritto e pubblicato nel 2002 “Dakar Borderline”, il libro che racconta la storia del pilota ‘Ciro’ De Petri. Dedicato alla specialità sportiva, ricco delle sue interviste a molti piloti, è il suo blog www.worldrallyraid.com.

Ciao Elisabetta, partiamo dalla fine e cioè il libro “Tasche piene di sabbia”. Intanto complimenti, certo, con un bagaglio di esperienze vissute in tutte le gare più importanti del mondo rally raid, di storie da raccontare ne hai tante, sicuramente per scrivere un secondo libro! Come ti è venuta la voglia di diventare autrice? Quale è stato il passaggio tra la voglia di scrivere, le pagine abbozzate e veder pubblicato il proprio libro?

In realtà questo non è stato il mio primo libro. Alla fine degli anni Novanta decidemmo con Ciro De Petri di scrivere un libro sulla sua storia e lo pubblicammo poi nel 2002. Non andò in libreria perché Dakar Borderline era un progetto di raccolta fondi per aprire una scuola in Niger e ne stampammo solo 1000 copie che vendemmo alla velocità della luce, costruendo e aprendo la scuola. Quindi avevo già alle spalle qualcosa, ma non un libro che parlasse delle mie avventure, e del dietro le quinte dei grandi rally. Tre anni fa Beppe Donazzan un collega giornalista e un caro amico mi chiese di scrivere la prefazione del suo libro dedicato alla Dakar e mi spronò a scriverne uno. Lo ascoltai, sapendo però che un libro ti porta via tanto tempo e ti ci devi dedicare anima e cuore, senza pensare ad altro. Sapevo che non avevo tutto questo tempo e inizialmente questo fu un problema. Ma poi man mano che scrivevo mi divertivo e mi appassionavo ai racconti e così è nato Tasche piene di sabbia. Vederlo pubblicato è un sogno che si realizza, ed è una emozione enorme, anche se il mondo dell’editoria e delle librerie è complicato, non è assolutamente quello che ci si aspetta, o si pensa. Per fortuna ci sono i lettori che mi riempiono di soddisfazioni ogni giorno che passa!

  • Il titolo del tuo libro è fantastico, ci immaginiamo forse la tua realtà, tu in mezzo alle piste inseguendo personaggi da intervistare, tra sabbia sollevata dalle macchine e moto, dalle intemperie, dagli aerei ed elicotteri che si alzano per seguire le gare… poi il ritorno, in tenda o a casa… e cosa rimane? è così? Ci racconti il perché del titolo, cosa rappresenta?

Quando cercavamo un titolo ce ne sono venuti in mente tanti ma la sabbia, o la polvere, volevamo che fossero presenti. Poi ho ripensato alla canzone di Jovanotti, Tasche piene di sassi e ho cominciato a ragionarci sopra… Poi mi sono confrontata con un po’ di amici, rallisti, piloti, appassionati e ho visto che piaceva a tutti e soprattutto rendeva bene l’idea, e così…

  • Nel libro racconti la tua vita da reporter iniziata con la tua Olivetti sulle gambe… e lasci trapelare e immaginare tutte le emozioni vissute… c’è stato qualche momento e situazione nei tuoi viaggi, per cui avresti voluto non esserci?

No, in realtà no. Non esserci è molto peggio. Potrei rispondere quando ci sono stati incidenti gravi, ma non sarebbe vero. Quando sei a casa e non hai le notizie ti sembra di impazzire. Sul posto sai che ci sei, e che sai cercando di fare del tuo meglio per scoprire le cose. In questi rally la buona volontà e l’efficienza sono preziose e fondamentali in certe occasioni. Esserci ti fa sentire utile, anche per coloro che sono a casa, parenti e amici e sanno che possono contare su di te. A casa davvero, impazzirei. Ho sempre detto che il giorno che smetterò di andare alla Dakar in quei 15 giorni dovrò andare in un qualche posto senza connessione, o televisione, insomma senza notizie. Altrimenti passerei le giornate chiedendomi “Sarà vero?” oppure “Ma questa notizia si poteva dare in un altro modo?” Oppure “che cosa ci sarà dietro?”. Come dice il detto “Se vuoi una cosa fatta bene, fattela da solo”

  • E al contrario… la voglia di non tornare mai più?

Nel 2006 dopo la scomparsa di Fabrizio Meoni mi fermai. Decisi che si era chiuso un ciclo e che non sarei più andata alla Dakar. Rimasi a casa, apatica… ma poi nel 2007 arrivò la chiamata della MAN per fare la gara in camion e accettai… Feci bene, oggi lo capisco e non me ne pento. Né di non esser partita nel 2006, né di esser poi tornata, per altri 11 anni!

  • Come organizza un reporter la sua personale “gara”: è pagato dai giornali, sponsorizzato da aziende, si autofinanzia?

Tutto questo messo insieme. Come racconto nel libro i giornalisti pagano per andare alla Dakar e ci vuole un budget di circa 6000 euro solo per iscriversi (spese vive, trasporto, aereo, alberghi, connessione…). Poi devi pensare a guadagnare qualche cosa, ovviamente. Ho quasi sempre lavorato per giornali, quindi ero coperta per il compenso, ma spesso non per le spese di viaggio e iscrizione. Per questo lavorai per ben cinque anni in cucina, per potermi pagare il viaggio e nello stesso tempo scrivere i pezzi: all’epoca ero inviata della Gazzetta, da collaboratore esterno ovviamente, free lance, ma la Gazzetta non sapeva che io non ero invitata dall’organizzazione e pagavo… In realtà, se solo avessero voluto scoprirlo ci avrebbero messo due minuti, ma all’epoca le cose andavano così. Quando io mettevo insieme il budget e dicevo “Vado alla Dakar” allora arrivavano le richieste dai vari giornali. Autosprint per esempio lo copro io dal 1991! Ci sono comunque sempre quelli che ti dicono “visto che sei alla Dakar mi scrivi un pezzo?” Ma in realtà io adesso rispondo “visto che” è morto! Alla Dakar si paga anche l’aria che respiri, se vuoi il pezzo lo devi pagare… Solo una volta mi sono fatta aiutare da un paio di team, nel 2009, alla prima Dakar in Sud America. Altre volte invece ho lavorato come ufficio stampa, pagandomi il lavoro con un passaggio. In passato infine c’erano le case ufficiali che invitavano i giornalisti, e allora era tutt’altra musica!

  • Quanto sono cambiate “da ieri ad oggi” le opportunità di presenza in gara del reporter, soprattutto dal punto di vista economico?

La Dakar è carissima, lo è sempre stata e sempre lo sarà. Non è cambiato granché. Solo che in Sud America puoi scegliere alberghi più o meno cari, in Africa o dormivi in tenda o andavi in hotel di lusso (penso a Dakar) oppure in tuguri! Opportunità? Direi che questa parola non esiste nel vocabolario degli organizzatori di rally. Gli inviti ormai si contano sulle dita di una mano e spesso ci sono interessi politici sotto…

  • Il giornalista organizza un planning di interviste ed articoli e si muove solo per quello o lascia un po’ al caso, alla giornata, vive quello che capita durante la gara?

In una gara come la Dakar nulla si lascia al caso. È una questione di sopravvivenza nel vero senso della parola. Quindi sì hai un programma da rispettare e ovviamente, segui la gara e quello che accade per decidere interviste e articoli da scrivere. L’abilità che distingue il veterano – come me per esempio – sta nello scovare storie belle prima degli altri. Quest’anno alla Dakar 2018 mi sono tolta qualche bella soddisfazione: diversi colleghi leggevano i miei pezzi e il giorno dopo li proponevano alle loro testate. Poi venivano da me e mi dicevano, ma come fai a scoprire queste storie? Come per esempio quella del Body Cap che ha poi fatto il giro del mondo. Quella è esperienza, ed anche un pizzico di fortuna: posto giusto al momento giusto 🙂

  • Com’è fatta la valigia del reporter di rally raid?

Quante ore ho per rispondere?? Grande ma non troppo, se possibile non pesante, e con rotelle perché spesso devi fare uno o due chilometri a piedi trascinandola per il bivacco o lungo le piste degli aeroporti! Macchina fotografica, computer e passaporto sono le cose indispensabili. Poi devi avere un asciugamano, un rotolo di carta igienica, salviette umidificate, pantaloni lunghi e corti, da qualche anno gli stivali da pioggia, infradito (per la doccia), una scarpa chiusa stile Palladium, sacco a pelo, cuscinetto gonfiabile, brandina (solo io però, gli altri hanno la tenda) magliette, canottiere, un K-way, una felpa.

  • Ti è mai capitato di non voler fare un’intervista a qualche pilota perché non particolarmente simpatico? Oppure tutti sono uguali ai fini giornalistici?

Eccome se mi è capitato. Anche oggi mi capita. Antipatico, oppure banale, che ripete sempre le stesse cose. O che non ti dice la verità, e non solo piloti. Però ovviamente non posso far nomi 🙂

  • Una domanda piccante, apparentemente banale… ovvio senza far nomi, ma ti è mai capitato di innamorarti di qualche tuo intervistato?

Posso dirlo sinceramente, no! In realtà mi innamoro di tutti perché per me i piloti sono come figlioli da proteggere e a cui voler bene per quello che fanno.  Però innamorarsi no… ho saputo tantissimi anni fa da dei meccanici francesi che ero soprannominata “L’intoccabile” nell’ambiente perché non erano mai riusciti ad attribuirmi un flirt con nessuno… eh sì che di chiacchiere Radio Bivouac ne fa sempre tante. Ho avuto una storia una volta, durata però un annetto, e non era un pilota che avevo intervistato 🙂

  • Nei tuoi passaggi e specializzazioni del giornalismo dei raid preferisci i piloti auto o moto, o risultano tutti uguali a livello umano, di disponibilità, educazione, simpatia, competenza?

Impossibile rispondere. Sono molto diversi fra loro ma sono poi molto simili. So che spesso ai piloti moto stanno antipatici i piloti auto e passo molto del mio tempo a convincerli che sono ‘fissazioni’ e che non è vero, che sono persone normali.  Ogni pilota è fatto a modo suo, quelli delle moto sono forse un po’ più disponibili, ma non si può generalizzare.

  • Tornando al tuo libro: c’è un capitolo molto emozionante, dedicato a Fabrizio Meoni, tu c’eri… davvero poi non è più stata la stessa Dakar senza di lui?

Diciamo che la Dakar non ha mai più trovato un personaggio come lui. Per anni ci siamo chiesti se qualcuno avrebbe preso il suo posto nel senso di pilota bravo e corretto, discreto nel suo modo di essere, riservato ma molto presente, amato da tutti, senza differenze di nazionalità. Fabrizio era unico ed era importante per tutti. I piloti lo ascoltavano e si fidavano di lui e se c’era da fare una polemica contavano su di lui che sapeva parlare e farsi ascoltare. Poi non c’è stato più nessuno in grado di farlo…

  • Vedendo le varie gare in giro per il mondo, intravedi qualche italiano che possa assomigliare ai campioni del passato tipo De Petri ed il povero Meoni solo per citarne alcuni?

A volte guardo Paulo Goncalves e la sua posizione in sella e rivedo il Ciro degli anni Novanta. Altre volte guardo Joan Barreda e ripenso a Kinigadner che correva sempre al 100 per cento. Come Fabrizio no, nessuno. Ma ogni pilota ha le sue peculiarità. Marc Coma mi faceva ripensare a Edi Orioli, calcolatori, attenti e saggi, entrambi. Capaci di restare concentrati per ore e fissi su un unico obiettivo. Ma sono tutti grandi, a modo loro, anche quelli che arrivano ultimi, o i piloti della ‘malle moto’.

  • A tuo parere perché non c’è un pilota italiano che lotta per i primi posti nelle gare più importanti specialmente nelle ultime Dakar?

Ahia, che domandona! È un problema mentale prima di tutto. I piloti di oggi sottovalutano la Dakar e soprattutto non la rispettano. Sono bravi, ma non sono umili. Non voglio farmi dei nemici con questa risposta, ma la Dakar è una gara che va rispettata, sempre, anche dopo averla corsa 10 volte. Fabrizio Meoni lo diceva sempre. Testa sulle spalle, concentrazione, e umiltà. Viverla giorno per giorno, senza guardare le classifiche, senza lamentarsi e senza cercare scuse. Chi viene alla Dakar deve sapere a cosa va incontro, e questo vale anche per molte altre gare.

  • La tua schiettezza a volte ti ha mai fatto lo sgambetto durante interviste non accettate oppure opportunità perse?

Sicuramente la mia schiettezza e la mia sincerità in quello che scrivo mi ha portato a piccole discussioni, con gli organizzatori, soprattutto, che sono arrivati anche a minacciarmi o ricattarmi. Ma non mi sono mai spaventata. Non cambio il mio carattere e il mio stile – nel lavoro, intendo – perché la gente mi minaccia. A volte ho discusso anche con i piloti, ma più di rado. Ma se hai di fronte a te una persona intelligente e vera, e capisce che quello che hai scritto era vero, non si creano problemi. Inoltre io non sono una persona che spettegola, e chi mi vede al lavoro da anni lo sa. Spesso ho notizie bomba, ma non le do, perché potrei nuocere seriamente a qualcuno. I miei capi lo immaginano, ma non si arrabbiano, o almeno non sempre… e i piloti, a volte con uno sguardo capiscono che sai, e che non lo scriverai… sono piccoli equilibri che si creano ma che portano ad un enorme rispetto, gli uni per gli altri. Più e più volte ho intervistato persone e poi, spegnevo il registratore e dicevo: “Ok, resti fra noi, però le cose non stanno così…” In molti hanno imparato a fidarsi di me, specie gli stranieri…

  • Data la tua esperienza trovi che ci sia troppo divario tra Organizzazioni e piloti? Spesso i piloti, protestano, consigliano, vivono i regolamenti e vedono scorrettezze e non vengono ascoltati…

È sempre stato così e sempre sarà. Il divario enorme è ancora più a monte, fra le Federazioni e gli organizzatori e i piloti, che sono l’ultima ruota del carro per le Federazioni. Chi siede dietro una scrivania spesso non capisce che sono loro invece che permettono allo sport di esistere e che tengono in piedi questo mondo!

  • Secondo te qual’è il tuo karma? Hai dedicato la tua vita ai raid e pur di esserci ti sei adattata con la tua allegria anche alla vita delle cucine da campo…

Non lo so. Questa è la mia vita. Io sono così in qualsiasi cosa, non solo nei rally. Sono una persona piena di entusiasmo, per tutto quello che vedo e che vivo e faccio ogni cosa con passione. Chi mi satellita intorno ormai l’ha capito. La mia carica d’energia positiva grazie al cielo è contagiosa.

  • Il senso umano di Elisabetta oltre le gare: ci racconti della tua dedizione quale volontaria al reparto pediatrico dell’ospedale di Treviso? cosa ti ha spinto?

Ehi che domanda personale. In realtà è una piccola cosa. Faccio parte da diversi anni di Giocare in Corsia, associazione di volontariato della Lilt e con tante altre persone semplici come me ci adoperiamo per risollevare il morale ai bambini ricoverati ed anche ai loro genitori. Poi ho fatto anche altre cose, ma sono gesti che mi vengono così. Mio papà mi rimprovera spesso perchè appena parlo con qualcuno che ha un problema io mi faccio carico di quel problema e cerco di aiutare a risolverlo. Mi successe anche a Chinguetti, in Mauritania, alla famosa Biblioteca… ma questa storia penso di raccontarla nel prossimo libro 😉

  • Secondo te quali sono le verità dietro ad una Dakar 2019 totalmente in Perù?

C’è poco da dire, o forse molto. Il Sud America si è un po’ stancato della Dakar, o forse dei suoi organizzatori. Il giocattolo si è rotto e ha perso il suo fascino. Ce ne eravamo già accorti – noi spettatori più attenti – da qualche anno, con un calo nell’offerta da parte dei Paesi attraversati, a livello sicurezza, attenzione, disponibilità. Ora Argentina, Cile, e altri Paesi hanno la Formula Uno o il Moto Gp e il volume d’affari è molto superiore. Inoltre questo dazio da pagare per far passare la Dakar sui propri territori è un’arma a doppio taglio e il Perù se n’è accorto con chiarezza quest’anno…

  • Ritieni che Aso possa rimettere gli occhi o cercare accordi con EcoRace?

Mai! Non accadrà mai! Jean Louis Schlesser ha comprato l’Africa Eco Race proprio come estrema vendetta contro ASO e la Dakar. Non credo davvero che gliela venderà mai, e non dimentichiamo che da oltre cinque anni quella in vendita non è l’Africa Race ma la Dakar! Se solo trovasse un compratore disposto a sborsare tutti quei milioni. La società Amaury Groupe anni fa la mise in vendita perché aveva bisogno di liquidi per comprare, se non erro, la Vendée Globe, ma non trovò un compratore… ti può interessare? Nel 2013 i giornali di finanza dissero che volevano vendere anche il Tour de France…

  • Alla luce della tua esperienza passata e quella attuale quale Dakar preferisci e perché?

La Dakar è una. Quella che ha questo nome e che ha depositato il marchio. Ovunque si corra. Mi piace quella sudamericana e non rimpiango l’Africa, soprattutto per noi che lavoriamo su questa gara la nostra vita è cambiata in meglio. Poi che l’organizzazione invece sia cambiata in peggio è solo una conseguenza. Chissà, forse sarebbe cambiata anche se fossimo rimasti in Africa, davvero non saprei. A me piacciono i rally raid, per dirla tutta: la Dakar, come si evince dai miei articoli, non mi piace più da molto tempo.

  • Ritieni ci siano altre gare al mondo, a cui hai partecipato, che meriterebbero la stessa luce della Dakar?

Attualmente no, c’erano in passato, ma adesso no. A parte l’Africa Eco Race. Alcuni giornali, e non solo in Italia, non ne vogliono neanche sentir parlare. Sono ottusi e spero che con il tempo se ne rendano conto!

  • Qual’è una tua opinione, la panoramica della situazione italiana in particolare del Cross Country Rally?

Ahia, altra domanda delicata… risponderò con un’altra domanda. Perché c’è il Cross Country Rally in Italia??

  • Perché in Italia non riescono a correre le stesse gare auto e moto? C’è troppo pepe tra FIM e Acisport?

Scusa? Per esempio quali gare? Non è una questione di Federazioni, non solo almeno. L’unica gara in cui si potrebbe fare al momento è l’Italian Baja, e in questo caso sappiamo quale sia il problema. Una totale assenza di interesse e rispetto nei confronti delle moto – da sempre – nella gara italiana. Ma sono sicura che presto le due ruote torneranno ad affacciarsi all’orizzonte a Pordenone. Altre gare in cui potrebbero convivere sinceramente non mi sembra esistano in Italia.

Essere donna nel mondo dei rally raid: quali sono le difficoltà a differenza di un uomo?

Sono tantissime, ma basta far finta che non ci siano. Posso rispondere in modo scherzoso? Fare più strada per trovare un albero, un cespuglio o una duna dietro la quale accucciarsi per fare pipì, gli uomini non hanno questo problema 🙂

  • Donne reporter, donne pilota: esiste solidarietà, rispetto ed amicizia in gara e al rientro a casa?

Sono, o potrei dire siamo, pochissime. No, direi di no. Fra colleghe c’è poca solidarietà, purtroppo, e piloti donna ne conosco davvero pochissime: con le straniere sì, c’è feeling, con le italiane poco e nulla. In tutta sincerità non vedo differenza fra uomini e donne in questo senso.

  • Tu in quali dei due versanti dell’oceano sarai per le prossime Dakar ed Eco Race?

2019: sarò all’Africa Eco Race.

  • A quali altre gare vorrai essere presente?

Putroppo gli impegni italiani non mi permettono di fare lunghi viaggi. Ora sono in Turchia per il Transanatolia Rally, ma lavoro per l’organizzazione e mi occupo della comunicazione. Ho seguito il Croatia Rally per lo stesso motivo e sarò al Rallye du Maroc in ottobre, sempre impegnata come giornalista ma anche per l’organizzazione. Questi sono i miei impegni principali. Mi piacerebbe andare alla prima edizione del Turkmen Desert Race ma non sono sicura di riuscirci …sono impiccata con il lavoro in quei giorni e temo di non farcela.

  • Hai molte altre storie da raccontare, ci sarà un altro libro in un prossimo futuro?

Assolutamente sì ma non so dire quando. Ci vuole tempo, calma, serenità e anche un po’ di disponibilità economica per poter dedicare tempo alla scrittura di un libro… al momento a parte la serenità tutto il resto mi manca 🙂

Grazie Betti per averci dedicato il tuo tempo, per aver scritto il tuo libro e aver portato un po’ di quella sabbia della nostra passione anche nelle tasche di tutti i tuoi lettori.

Chiara & Willy
Road Race Raid

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